O FAI UNA MARCIA PROPAL O UNA PER LA PACE
An s’ pôl brîsa bävver e stufilèr
Non si può bere e fischiare insieme ovvero
o fai una marcia propal o una per la pace
La Comunità Ebraica di Bologna, presente il 1° gennaio a Piazza 8 Agosto alla manifestazione per la pace, ha scelto di non partecipare alla tradizionale Marcia per la pace che ne è seguita, perché è stata strumentalizzata e si è trasformata in una manifestazione contro Israele.
La pace non è uno spazio neutro, né un rituale simbolico privo di responsabilità politiche. Ogni iniziativa che si richiami alla pace, soprattutto quando assume una dimensione pubblica e cittadina, compie scelte che producono effetti concreti sul piano culturale, sociale e politico. Tra queste, la scelta di chi parla, a nome di chi e con quale legittimazione, non è mai secondaria e non può essere sottratta a una valutazione critica.
In questo quadro, la decisione degli organizzatori della tradizionale Marcia per la Pace di Bologna, incluso il Sindaco di Bologna, di invitare, a rappresentare “gli ebrei”, una figura che non è emanazione della Comunità ebraica bolognese e che non dispone di alcun mandato da parte della stessa, non può essere considerata un errore marginale né un fraintendimento. È stata invece una scelta consapevole, che ha prodotto l’effetto politico di esautorare una comunità reale, storicamente presente sul territorio, pluralista e istituzionalmente riconosciuta, sostituendola con una rappresentanza funzionale a una specifica linea ideologica sul conflitto israelo-palestinese.
Non si è trattato di ampliare il dibattito o di dare spazio alla pluralità delle opinioni esistenti all’interno del mondo ebraico. Si è trattato, piuttosto, di aggirare il confronto con una comunità organizzata, scegliendo una voce isolata e radicalmente schierata, presentata come “la voce degli ebrei”, così da rendere accettabili e applaudibili affermazioni che, pronunciate da un soggetto comunitario, avrebbero suscitato un confronto ben più serio e problematico.
Questa operazione è politicamente scorretta e culturalmente pericolosa, perché introduce un principio che respingiamo con forza: l’idea che gli ebrei siano legittimi interlocutori solo a condizione di conformarsi a una determinata narrazione. La sostituzione delle comunità con figure simboliche, la selezione degli interlocutori sulla base della loro utilità politica, la contrapposizione artificiale tra ebrei “accettabili” ed ebrei “inermi o complici” rappresentano uno dei meccanismi più insidiosi attraverso cui oggi si riproduce l’antisemitismo nello spazio pubblico.
In questo contesto si collocano affermazioni come quella secondo cui “l’antisionismo non è antisemitismo”, proposta come verità autoevidente e sottratta a qualsiasi analisi storica e politica. Una simile affermazione, se isolata dalla realtà nella quale viene oggi utilizzata, finisce per occultare il fatto che l’antisionismo è sempre più spesso il linguaggio attraverso cui si legittima l’ostilità verso gli ebrei in quanto tali, si nega il loro diritto all’autodeterminazione e si mette in discussione la loro stessa legittimità come soggetto collettivo.
Definire l’attuale conflitto come un genocidio accertato, parlare di apartheid come dato indiscutibile e rivolgersi agli ebrei europei come a soggetti incapaci di riconoscere la “verità” a causa della loro memoria storica, non contribuisce alla pace né alla tutela dei diritti umani. Al contrario, produce una semplificazione radicale del reale, cancella la complessità del conflitto e alimenta un clima culturale in cui l’ebraismo viene tollerato solo se disposto a rinnegare parti fondamentali della propria storia e identità.
L’antisemitismo contemporaneo, oltre al riemergere delle più bieche e grossolane forme si esprime anche attraverso la selezione degli interlocutori, la delegittimazione delle comunità, la richiesta implicita agli ebrei di prendere le distanze da altri ebrei per poter essere ascoltati. Si manifesta quando la presenza ebraica negli spazi pubblici è accettata solo a condizione di aderire a una linea politica prestabilita, trasformando l’identità in una prova di conformità o di conformismo.
Una marcia per la pace che accetta questa logica non costruisce dialogo e non avvicina la pace. Al contrario, contribuisce a irrigidire le fratture, a radicalizzare il discorso pubblico e a normalizzare pratiche di esclusione che nulla hanno a che fare con la giustizia e il riconoscimento reciproco. La pace non nasce dalla rimozione dei soggetti scomodi, ma dal confronto tra comunità legittime, portatrici di storie, memorie e sensibilità diverse.
Noi Ebrei Socialisti rivendichiamo il diritto alla critica, anche aspra, delle politiche dei governi e delle dinamiche di potere, ma rifiutiamo che tale critica venga esercitata cancellando le comunità, delegittimando i loro rappresentanti e alimentando narrazioni che finiscono per colpire l’intero popolo ebraico. Senza riconoscimento non c’è giustizia, e senza giustizia non può esserci pace.
NES Bologna
Gherush92
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Data: 2026-01-04
Autore: NES Noi Ebrei Socialisti


Sono in totale disaccordo con l' analisi che proponete in questo articolo. Non una parola sull' attuale politica dello Stato di Israele, che ha escluso 37 ong ( tra cui alcune ong di sanitari) dalla possibilità di aiutare la popolazione civile. Mi dispiace molto, perché figlia di un uomo che fu deportato dai nazisti
RispondiEliminaNel comunicato è fatto riferimento al "diritto alla critica, anche aspra, delle politiche dei governi", sicché non vi è contraddizione: si può esprimere per esempio contrarietà alla posizione del governo sulle ONG, e in particolare esprimere preoccupazione/sollecitare a che siano garantiti gli aiuti umanitari in un modo o nell'altro, e allo stesso tempo riconoscere i limiti di quella 'piazza', che rispecchia poi limiti della sinistra italiana propal.
EliminaLa decisione del Governo è giusta e legittima in quanto queste ODG si sono rifiutate di adempiere alla richiesta di informazioni sui soci e collaboratori utili per verificare la loro eventuale partecipazione ad organizzazioni e attività terroristiche.
RispondiEliminasi può essere in disaccordo con la decisione del governo israeliano sulle ONG (non ODG, che starebbe per 'ordine del giorno': impartito da chi?) e in pieno accordo con le decisioni prese a Bologna dalla Comunità di disertare una piazza egemonizzata dalla sinistra antisionista, antiamericana, antioccidentale... anti tutto tranne che anti-islamista.
EliminaNon capisco cosa c’entri la decisione di Israele sulle ONG con una manifestazione per la pace controllata dai pro-pal. Se i pro-pal fossero veramente per la pace condannerebbero la politica dell’IRAN, della Federazione Russa, dell’Eritrea, di Hezbollah….infine quella del governo israeliano. Per i pro-pal esiste invece un solo nemico, Israele, e soprattutto un solo modo per difendere i diritti del popolo palestinese: fare fuori l’entità “sionista”, cioè fare fuori la maggioranza degli abitanti di Israele. Questa idea viene spacciata per pacifismo e per difesa della democrazia. Bontà loro che permettono a qualche ebreo (?) di parlare nelle loro manifestazioni.
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