UN COMMENTO SULLA PARASHA' DELLA SETTIMANA
Solo una teshuvà completa, al cospetto dell'Eterno, degli uomini e di se stessi, può sanare situazioni irrisolte che talvolta provengono da molto lontano e che pesano sui rapporti individuali e nelle coscienze nazionali dei popoli e delle genti, fino ad oggi.
L’interessante commento di Yeshayahu Leibowitz alla parashà Vayishlach, è tratto dal suo libro “Accepting the Yoke of Heaven: Commentary on the Weekly Torah Portion”, Urim Publications, 2022 (1° edizione 1990). Il libro è una raccolta di brevi saggi sulla lettura settimanale della Torah, basati sui discorsi radiofonici di 15 minuti che l'autore fu incaricato di tenere nel 1985/86 su Galei Zahal, la stazione radio dell'IDF in Israele.
Buona lettura!
NES Noi Ebrei Socialisti
Gherush92 Comitato per i Diritti Umani
Gherush92 Comitato per i Diritti Umani
Yeshayahu Leibowitz
un commento sulla parashà Vayishlach
L'incontro tra Giacobbe ed Esaù, dopo una separazione durata vent'anni, solleva molti problemi: Giacobbe arriva a questo incontro dopo aver ottenuto la promessa dell’Eterno di tornare in pace alla casa di suo padre. Ancor di più: poco prima incontra messaggeri di D-o venuti ad accoglierlo al suo ritorno a Canaan e a scortarlo lungo il cammino. Eppure, dopo tutto questo, Giacobbe invia messaggeri a Esaù per dimostrare la sua ossequiosità al fratello e per implorare la sua vita e quella della sua famiglia. Come possiamo capire tutto ciò? Giacobbe mancava di fiducia nella promessa dell’Eterno? O era per natura timoroso, tanto da aver paura nonostante quella promessa? Eppure la Torà ci dice che la notte prima di incontrare Esaù, Giacobbe lottò "con il Signore e con gli uomini" (Bereshit 32,29). Rimase solo, di notte, senza alcuna copertura o difesa, e fu aggredito da qualcuno che, secondo un'interpretazione midrashica, gli apparve come un rapinatore armato, o, secondo un'altra interpretazione, come un essere celeste. Ma indipendentemente da come gli apparve il suo aggressore, Giacobbe si trovò di fronte a qualcuno di terribile e spaventoso, con cui lottò per tutta la notte. E infatti, di Giacobbe è scritto: "Hai lottato con il Signore e con gli uomini e li hai vinti" (Bereshit 32,29), dimostrando uno straordinario coraggio.
Perché allora Giacobbe fu improvvisamente così servile nei confronti del fratello?
La risposta è chiara: Giacobbe non era una persona timorosa, e non temeva i pericoli che avrebbero potuto incombere su di lui e sulla sua famiglia a causa di qualsiasi forza esterna, ma aveva una paura terribile della propria autoaccusa. Sapeva di aver peccato contro suo fratello vent’anni prima e non aveva il coraggio di combatterlo con la stessa forza che aveva dimostrato lottando persino con un angelo, perché non aveva la coscienza pulita nei confronti di Esaù. Era disposto a umiliarsi davanti a suo fratello, se solo ciò gli avesse impedito di combattere contro colui verso il quale aveva commesso un torto che ora doveva espiare. Questa non è una sorta di interpretazione arbitraria della psicologia di Giacobbe, ma può essere dimostrata dal testo stesso. All'inizio ci sono diversi riferimenti al dono che Giacobbe inviò a Esaù, e quando i due si incontrano, Giacobbe parla della “mia offerta dalle mie mani" (Bereshit 33,10). In seguito, mentre continuano a parlare, quando diventa chiaro che entrambi si sono riconciliati e che Esaù non intende fargli del male, Giacobbe esclama: "Prendi la benedizione che ti ho portato" (Bereshit 33,11). Questo è strano: invece di parlare di un dono, Giacobbe usa la parola "benedizione". Si potrebbe dire che si tratti di un lapsus freudiano: Giacobbe ricorda l'intera storia della benedizione che ha rubato a Esaù, e quindi ora, dopo essersi i fratelli riappacificati, caratterizza questa riconciliazione come una forma di restituzione della benedizione al fratello.
Quella stessa notte, prima dell'incontro fatale, Giacobbe affronta la tremenda lotta, che in seguito verrà definita "lotta con il Signore e con gli uomini", e che si conclude con il cambio del suo nome. Il nome Giacobbe, che in ebraico evoca elementi contorti e ingannevoli della condizione umana, viene ora cambiato in Israele. È come una trasformazione nella vita di Giacobbe: dall'essere Giacobbe a diventare un uomo di D-o, Israele. È da notare che questo era noto a tutte le generazioni successive. Almeno mille anni più tardi, dopo la relazione tra Giacobbe ed Esaù, il profeta Osea ci dice: "Prese il fratello per il calcagno (akev in ebraico) nel grembo materno" (un gioco di parole su "lo ingannò") (Osea 12,4). In altre parole, il popolo ebraico mantenne nella propria coscienza nazionale la consapevolezza che Giacobbe aveva commesso qualcosa di sconveniente. Più di cento anni dopo Osea, il profeta della distruzione, Geremia, rimproverando il popolo della sua generazione per le sue menzogne, ipocrisia e inganno, scrive:
“Si devono guardare perfino dal proprio amico e non possono fidarsi neppure del fratello, perché ogni fratello non fa che ingannare l’altro, (in ebraico, akov va'akov) ed ogni amico non fa che sparlare dell’amico.” (Geremia 9,3).
A prima vista, sembra che non ci sia alcun riferimento a Giacobbe, poiché Geremia si rivolge ai suoi contemporanei, ma ne indica la disonestà ricordando loro Giacobbe - in ebraico Ya'akov - che ingannò il fratello.
Il viaggio da Giacobbe a Israele, è quello che fu tracciato per il popolo ebraico e non siamo ancora sicuri se raggiungerà la destinazione prevista.
A questo proposito, dobbiamo discutere la storia di Shechem, un evento fondamentale nella vita di Giacobbe e, per essere più precisi, nella vita dei figli di Giacobbe, da cui ebbe origine il popolo ebraico. Questa azione riguardo Shechem aveva certamente una giustificazione per la frase: "Avremmo dovuto permettere che egli trattasse la sorella come una prostituta?" (Bereshit 34,31). Queste sono le ultime parole pronunciate in merito all'evento. Tuttavia, decenni dopo, quando Giacobbe era in punto di morte e benedicendo i figli stava indicando il loro futuro, maledisse due dei suoi figli, due dei progenitori delle tribù d'Israele. Sebbene quell'azione verso Shechem sembrasse giustificata, divenne una maledizione per il futuro. Se diciamo che "le storie dei padri sono un paradigma per i loro figli", questo si può dire anche delle conquiste del popolo ebraico quando vengono raggiunte con mezzi imperfetti e impropri e, peggio ancora, attraverso spargimenti di sangue. Circa 800 anni dopo Giacobbe, anche Davide riconobbe - e ammise due volte - che, "in quanto uomo di guerra" che aveva "sparso molto sangue", non era adatto e non gli era nemmeno permesso costruire il Bet HaMikdsash (Divrè Hayamim 22,8-28,3).
(Yeshayahu Leibowitz)
NES Noi Ebrei Socialisti
Gherush92 Comitato per Diritti Umani
Per leggere Il Manifesto (clicca qui)
Seguici: Blog NES - Canale WhatsApp NES
Per info scrivi a +39 352 078 3041 (WA) o gherush92@gmail.com
Data: 2025-12-05
Autore: NES Noi Ebrei Socialisti


Commenti
Posta un commento