LectioNES - La Rubrica dei Memoranda

LectioNES
La Rubrica dei Memoranda
Il 29 Novembre di ogni anno si commemora l'adozione della risoluzione 181 (II) da parte dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che nel 1947 decise la spartizione della Palestina in due stati, uno Stato ebraico e uno arabo. La proposta fu accettata da parte ebraica, ma rifiutata dalla maggior parte degli arabi che abitavano in Palestina e dagli Stati arabi vicini, che non volevano la divisione del territorio. Quel rifiuto del Piano di partizione, segnò un deterioramento delle già complesse relazioni fra ebrei e arabi, di cui ancora viviamo le conseguenze.
La leadership ebraica in Palestina, con Ben Gurion figura chiave del movimento sionista, sostenne il Piano di partizione. Il leader nazionalista arabo palestinese Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī, Gran Mufti di Gerusalemme, che non esitò a cercare il sostegno della Germania nazista e dell'Italia fascista, collaborando con la Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, combatté contro l'instaurazione di uno Stato ebraico nel territorio mandatario britannico in Palestina e sostenne la creazione di uno Stato arabo in sua vece, affermando che tutta l’area dal Mediterraneo all’Oceano indiano era araba e non era tollerabile l’intromissione di altri.
Pochi mesi dopo, il 14 maggio 1948, gli ebrei proclamarono lo Stato di Israele e per questo furono attaccati dai Paesi arabi circostanti e scoppiò la guerra di indipendenza. Da allora una parte del mondo, arabo e non solo, continua ingiustamente ad attribuire agli ebrei e ai sionisti la responsabilità della mancata realizzazione di uno Stato arabo indipendente in Palestina.
Dal libro Exodus di Leon Uris, Mondadori, 1961, pubblichiamo il capitolo magistrale che descrive come si arrivò al voto sul Piano di partizione che fu determinante per la successiva dichiarazione dello Stato di Israele. Queste pagine descrivono la straordinaria capacità di trattativa ebraica e la precarietà delle situazioni contingenti che improvvisamente si fecero favorevoli.
L’Italia non era membro dell’ONU come potenza perdente nella Seconda Guerra Mondiale (come la Germania). Come avrebbe votato l’Italia, da un lato succube del Vaticano, ma dall’altro dipendente assoluta dall’ossigeno degli Stati Uniti? Forse un’altra astensione? Chissà …

Buona Lettura!

NES Noi Ebrei Socialisti
Gherush92 Comitato per i Diritti Umani


DESTATEVI ALLA GLORIA

Autunno 1947
Nazioni Unite
Flushing Meadow. N.Y.

Il problema, vecchio di quattromila anni, del popolo ebraico fu portato davanti alla coscienza degli uomini.

Chaim Weizmann, del movimento sionista mondiale, e il vecchio uomo politico Barak Ben Canaan erano a capo della delegazione di dodici persone che doveva discutere il problema a Flushing Meadow. I delegati, temprati da anni di avversità e di frustrazione, non si facevano illusioni.

Un quartier generale ufficioso fu stabilito nell'appartamento del dottor Weizmann, a Manhattan. Ai delegati fu assegnato il compito di conquistare voti. Weizmann si assunse personalmente la missione di mobilitare gli ebrei di tutto il mondo perché attirassero l’attenzione dei loro governi sulla decisione imminente ed esercitassero tutte le pressioni possibili.

Barak Ben Canaan lavorava silenziosamente dietro le quinte; a lui spettava di tenersi al corrente degli spostamenti che si verificavano di ora in ora nell’equilibrio delle forze, rendersi conto dei punti di minor resistenza e provvedere a rinforzarli, manovrare e spostare i suoi uomini in modo da metterli in grado di far fronte ai mutamenti improvvisi; infine era suo compito dirigere i dibattiti in seduta di comitato.

Esaurite le schermaglie preliminari in assemblea, la discussione sulla spartizione della Palestina fu messa all'ordine del giorno.

Gli arabi andarono a Lake Success sicuri della vittoria. Avevano ottenuto che entrassero nell'O.N.U. lo stato musulmano dell'Afghanistan e il regno feudale medioevale dello Yemen; e così, nell'Assemblea Generale erano saliti a undici i voti del blocco arabo musulmano. Le due ultime nazioni ammesse se ne erano state inerti e neutrali durante il secondo conflitto mondiale, dichiarando guerra alla Germania solo all'ultimo momento per conquistarsi le qualifiche richieste ai futuri membri dell'O.N.U. L'Yishùv[1], invece, che aveva contribuito generosamente alla causa degli Alleati, non aveva diritto a nessun voto.

Gli arabi usarono i loro undici voti come esca per i delegati delle piccole nazioni; in cambio di un no alla spartizione offrivano i loro voti in appoggio a quanti avevano qualche aspirazione da soddisfare presso le Nazioni Unite.

Inoltre sfruttarono con grande vantaggio la guerra fredda in atto fra i due giganti, gli Stati Uniti e l’U.R.S.S., mettendoli abilmente l'uno contro l'altro. Fin dagli inizi fu chiaro che, per poter passare, il progetto di spartizione aveva bisogno dell'approvazione di ambedue queste nazioni. Sino allora l'U.R.S.S. e gli Stati Uniti non si erano mai trovati d'accordo in nessuna votazione, e sembrava poco probabile che lo fossero a proposito della Palestina.

D'altronde, per il trionfo della mozione era necessaria la maggioranza di due terzi dei votanti. L’Yishùv doveva conquistarne ventidue solo per bilanciare gli undici voti del blocco arabo musulmano; insomma doveva ottenerne due per ogni voto ottenuto dai suoi avversari, ai quali invece ne occorrevano esattamente sei o sette in più per sconfiggere il progetto. Considerato che gli arabi avevano un altro potente elemento di contrattazione, cioè il petrolio, la loro vittoria non sarebbe dovuta essere difficile.

La stampa di tutto il mondo non-arabo era in generale favorevole alla spartizione della Palestina. In prima linea si stavano battendo il generale Smuts del Sud Africa e il grande liberale cecoslovacco, Jan Masaryk. Sulla Danimarca, la Norvegia e qualche altro Stato si poteva fare conto in modo assoluto. Il sentimento di simpatia verso gli ebrei era forte, ma la simpatia da sola non era sufficiente.

Quand'ecco i Quattro Grandi abbandonare l’Yishùv.

La Francia, che aveva apertamente aiutato la immigrazione illegale, all’improvviso assunse un atteggiamento cauto. Gli arabi delle colonie del Marocco, dell'Algeria e della Tunisia rumoreggiavano irrequieti: un voto francese a favore della spartizione avrebbe potuto provocare un’esplosione di collera nell'Africa Settentrionale.

L’Unione Sovietica, aveva anch'essa le sue ragioni. Da più di vent’anni aveva messo fuori legge il sionismo. I russi stavano attuando un loro piano inteso ad eliminare l'ebraismo entro i loro confini mediante un lento processo di erosione. Mentre sulla carta garantivano la libertà di religione, in pratica essi la rendevano impossibile: non esistevano più nell'Unione Sovietica né stampa né teatro né scuola ebraica né vita di comunità; il numero delle sinagoghe era stato limitato; in tutta Mosca ve n’era una sola. Nessun membro di sinagoga poteva essere ammesso nel partito comunista. In questo modo si sperava di spegnere l’ebraismo nelle future generazioni. Il sionismo e la spartizione della Palestina avrebbero potuto ricordare agli ebrei sovietici che erano ebrei, e perciò la proposta venne avversata. Dietro l'Unione Sovietica stava il potente blocco slavo.

La posizione assunta dagli Stati Uniti costituì per l’Yishùv la più amara fra le molte delusioni patite. Presidente, stampa e popolo simpatizzavano, ma le esigenze della politica internazionale mettevano l'America in una situazione ufficiale equivoca.

Appoggiare la spartizione significava spezzare la pietra angolare del mondo occidentale, cioè la solidarietà anglo-americana. La Gran Bretagna dominava ancora il Medio Oriente e la politica estera americana era legata a quella inglese; l'Inghilterra si sarebbe pubblicamente risentita di un voto favorevole.

Inoltre gli Stati Uniti dovevano tener conto di un pericolo ancora più grave. Gli arabi minacciavano la guerra nel caso trionfasse la tesi sulla spartizione e, se scoppiava la guerra, le Nazioni Unite sarebbero state costrette a stroncarla, e quindi l'Unione Sovietica e i suoi satelliti avrebbero mandato nel Medio Oriente un contingente di truppe quale parte delle forze internazionali di occupazione. Di ciò, più che di ogni altra cosa, gli Stati Uniti avevano timore, e per questo motivo soprattutto decisero di non compromettersi nei confronti della discussione.

Delle quattro potenze la Gran Bretagna era naturalmente la più ostile alla spartizione. Quando avevano demandato all'O.N.U. la questione della Palestina, gli inglesi si erano ritenuti certi che le Nazioni Unite non sarebbero riuscite a giungere a una soluzione e quindi avrebbero chiesto all'Inghilterra di restare in Palestina. Poi era venuto l’U.N.S.C.O.P., aveva investigato e deciso una mozione di censura per l'autorità mandataria; inoltre il mondo intero era stato informato del fatto che un esercito inglese di centomila uomini non era riuscito a tener testa alla fermezza dei Maccabei, dell'Haganàh, del Palmach, della Aliyàh Beth; terribile colpo per il prestigio britannico.

L'Inghilterra doveva conservare le sue posizioni nel Medio Oriente, e a questo scopo doveva salvare la faccia con gli arabi e sabotare la spartizione; di conseguenza gli inglesi sfruttarono il timore che truppe sovietiche mettessero piede nel Medio Oriente, dichiarando che nell'agosto del 1948 avrebbero ritirato il loro esercito dalla Palestina, tanto più che non avevano nessuna intenzione di usare delle loro forze per imporre un'eventuale decisione dell'O.N.U. E così, dando scacco matto all'America, l'Inghilterra si sforzò di ottenere che le nazioni del Commonwealth si astenessero dal voto ed esercitò pressioni sulle piccole nazioni europee che le erano economicamente legate.

Anche il resto del quadro era altrettanto fosco per l'Yishùv.

Belgio, Olanda e Lussemburgo piegavano davanti alle pressioni britanniche e anche altri paesi minori, sui quali gli ebrei avevano contato, cominciarono a vacillare.

Variabile era la posizione dei paesi asiatici: di ora in ora essi mutavano parere e spostavano i loro voti. Comunque era chiaro che gli asiatici avrebbero finito col fiancheggiare gli arabi allo scopo di riaffermare davanti alle potenze occidentali il loro eterno odio per l'imperialismo colonialista e la loro piena approvazione della tesi araba, secondo la quale gli ebrei rappresentavano l'Occidente in una parte del mondo con la quale non avevano niente a che fare.

La Grecia aveva una profonda antipatia per gli arabi, ma centocinquantamila greci abitavano in Egitto, e l'Egitto purtroppo lasciava chiaramente intendere quale sarebbe stato il destino della minoranza greca nel caso che la madrepatria ellenica avesse votato per la spartizione.

Anche l’Etiopia non simpatizzava affatto per l’Egitto, però gli era legata geograficamente ed economicamente.

Romulo, capo del governo filippino, era decisamente contrario alla spartizione.

La Colombia era dichiaratamente antiebraica.

I paesi dell`America Centrale e Meridionale, che rappresentavano un terzo dei cinquantasei voti dell’O.N.U. erano per lo più estranei alla questione e neutrali, però l'Yishùv aspirava ad avere Gerusalemme come capitale del suo Stato, perché riteneva che senza Gerusalemme esso sarebbe stato un corpo senza anima. I paesi del Sud e del Centro America erano in grande prevalenza cattolici, e il Vaticano appoggiava l’internazionalizzazione della Città Santa. Se l’Yishùv insisteva per Gerusalemme correva il rischio di perdere questo blocco di voti, assolutamente determinante.

L'Yishùv continuava il suo lavorio, sperando nel miracolo, senza il quale era chiaro che non si sarebbe potuto ottenere nulla. Per tutto settembre il dottor Weizmann e Barak Ben Canaan furono gli ispiratori della delegazione; non si disperarono di fronte ai numerosi scacchi e non commisero nessun errore di tattica.

L'arma più grande di cui disponeva l'Yishùv era la verità, la verità stessa che il neutrale U.N.S.C.O.P. aveva verificata in Palestina; la verità che la Terra Santa era retta da un governo tirannicamente poliziesco; la verità, ben visibile attraverso il sottile velo della menzogna, dell'incapacità degli arabi di uscire culturalmente, economicamente e socialmente dal Medioevo; la verità patente delle città ebraiche nate dalla sabbia, delle campagne ebraiche riscattate dalla desolazione; la verità dell'operosità e della capacità ebraiche; la verità, implicita nei campi di raccolta europei, dell'umanità della causa ebraica.

Granados, guatemalteco, Lester Pearson, canadese, Evatt, australiano, Masaryk, cecoslovacco, Smuts, sud-africano, Fabregat, uruguayano e altri piccoli uomini di piccole nazioni erano decisi a non lasciar sconfiggere la verità a Flushing Meadow.

Finalmente nel novembre 1947 cominciò a dispiegarsi davanti agli occhi del mondo "il miracolo di Lake Success".

Prima venne una dichiarazione americana, stilata in termini molto cauti, ma favorevole al "principio" della spartizione.

Seguì poi un avvenimento che fece strabiliare il mondo: dopo aver per più di vent'anni considerato fuori legge il sionismo, l’U.R.S.S., con una delle sue mirabolanti inversioni di rotta, si dichiarò favorevole alla spartizione. La notizia venne diffusa dopo una riunione segreta dei membri del blocco slavo. Viscinsky parlò in tono appassionato dei fiumi di sangue sparso dagli ebrei e della giustizia della causa ebraica.

Dietro questa maschera di umanitarismo i sovietici conducevano un'astuta manovra politica: anzitutto essi non avevano nessuna fiducia negli arabi e si rendevano conto che la loro collera era un puro espediente verbale; I’U.R.S.S. avrebbe potuto votare oggi la spartizione e ricomperarsi domani il loro favore. Inoltre la strategia sovietica mirava a bollare l'Inghilterra come una potenza tirannica e nello stesso tempo ad aprirsi la possibilità nel futuro di mettere piede nel Medio Oriente. Il Cremlino sapeva che, se votava per la spartizione, l'America avrebbe dovuto seguire il suo esempio, se non voleva perdere di fronte al mondo il suo ruolo di amica della giustizia, senza contare che il voto degli Stati Uniti poteva aprire una breccia nella solidarietà anglo-americana. Infine l'Unione Sovietica contava di conquistarsi un enorme prestigio con la sua proclamazione “umanitaria”. Così, inaspettatamente, l’Yishùv trovò una strana alleata.

Mentre le due più grandi potenze facevano le loro abili dichiarazioni a favore della spartizione, nelle sale dell’O.N.U. fiorivano di ora in ora le voci più disparate.

La gigantesca partita a scacchi continuava. Le figure chiave di quelle drammatiche manovre furono Granados e Pearson; dopo laboriose trattative i due uomini politici ottennero l’importantissimo successo di far incontrare in una riunione ristretta U.S.A. e U.R.S.S.: dalla conferenza bipartita usci la elettrizzante dichiarazione congiunta che i due grandi Stati avrebbero decisamente appoggiato il progetto.

Gli arabi sferrarono un ultimo attacco disperato per cercare di impedire al progetto di varcare le soglie dell'Assemblea Generale.

Presto risultò chiaro che si sarebbe tenuta una votazione di prova, nella quale bastava un solo voto di maggioranza a portare la risoluzione davanti all'Assemblea Generale: intanto si sarebbe saputo quali erano i rapporti di forza fra le due parti. La votazione "sperimentale" ebbe luogo e il progetto venne demandato all’Assemblea… però il soffitto crollò sulla testa dello Yishùv! Venticinque sí, tredici no, diciassette astensioni. Se nella votazione finale si manteneva lo stesso schieramento, l'Yishùv non avrebbe potuto raggiungere i due terzi di cui aveva bisogno. Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda e Nuova Zelanda si erano astenuti; Paraguay e Filippine non si erano presentati.

Gli arabi constatarono cosi che l’Yishùv aveva perduto molti voti sicuri e che quindi non avrebbe raggiunto il numero richiesto dei “sí”. Fiduciosi di poter arraffare un altro paio di voti, essi mutarono tattica e insistettero per una pronta risoluzione del problema in sede di Assemblea Generale.


Giovedì, 27 novembre 1947

Infierivano gli ultimi dibattiti. I delegati dell’Yishùv, seduti nel settore dell'Assemblea loro assegnato, sembravano vittime pronte per il supplizio. La sorpresa della votazione di prova li aveva scossi nel profondo.
La Grecia, che ci si aspettava si astenesse per amicizia verso gli Stati Uniti, si era dichiarata apertamente contro la spartizione per timore delle rappresaglie dell’Egitto contro la numerosa colonia ellenica.
Le Filippine, che si riteneva avrebbero seguito l'America, avevano mutato parere un'altra volta.
Haiti si dichiarò all'improvviso senza istruzioni. La Liberia sembrò ritornare su posizioni di neutralità e il Siam passò dalla parte degli arabi.
Fu un "giovedì nero" per gli ebrei.A mano a mano che passavano le ore gli amici dell’Yishùv usarono di un mezzo disperato per prendere tempo e rimandare la votazione. L'indomani era il Thanksgiving Day, la grande festa nazionale degli Stati Uniti, ventiquattro ore preziose per racimolare i voti mancanti. Si ricorse all'ostruzionismo e si ottenne l'aggiornamento della seduta.
La delegazione dell'Yishùv si raccolse subito. Tutti volevano parlare.
― Silenzio! ― ruggì Barak Ben Canaan. ― Abbiamo davanti ventiquattro ore. Non lasciamoci prendere dal panico!
Il dottor Weizmann entrò nella sala tutto eccitato. ― Ho ricevuto ora un messaggio da Parigi: Léon Blum intercede personalmente perché la Francia voti a favore. La spartizione è sempre più sentita a Parigi. ― Era una buona notizia: l'ex primo ministro ebreo della repubblica francese godeva ancora di moltissima autorità nel suo paese.
― Non possiamo insistere presso gli Stati Uniti perché richiamino all'ordine la Grecia e le Filippine?
Il delegato che lavorava con gli americani scosse il capo. ― Truman ha dato ordini tassativi che l'America non eserciti pressioni su nessuna delegazione: del resto la Grecia e le Filippine non si lascerebbero mai smuovere dalle loro posizioni.
― Che bella occasione per mostrarsi persone per bene!
Squillò il telefono. Weizmann alzò il ricevitore. ― Bene... bene ― disse. Mise la mano sul microfono. ― È Shemuèl che chiama dal centro. Bene... bene... Shalom. ― Riattaccò. ― L'Etiopia acconsente ad astenersi ― annunciò.
Ci si aspettava che l’Etiopia, cedendo alle pressioni del vicino Egitto, votasse contro. La decisione di astenersi era una bella prova di coraggio da parte di Hailè Selassiè.
Un giornalista molto vicino alla delegazione ebraica bussò alla porta ed entrò.Ho pensato che vi facesse piacere di sapere che è scoppiata una rivoluzione nel Siam. Il rappresentante siamese all'O.N.U. è esautorato.
Un grido di gioia si levò nella sala. Gli arabi avevano perduto un altro voto.
Barak diede una rapida occhiata alla lista delle nazioni in ordine di chiamata, la sapeva a memoria ormai, e rifece il calcolo tenendo conto degli spostamenti sopravvenuti.
 Come ti sembra la situazione, Barak?
Be', se Haiti e la Liberia sono con noi e la Francia pure... e se non perdiamo terreno altrove, potremmo farcela di stretta misura.
Ma la situazione era ancora troppo incerta per potersi riconfortare. Tristi e nervosi, i delegati discussero delle ultime cose da fare. Giunti a quel punto, non potevano permettersi il lusso di perdere nemmeno un voto.
Qualcuno bussò alla porta: era il loro campione, Granados, il rappresentante del Guatemala. Aveva le lagrime agli occhi.
Il Presidente del Cile ha mandato poco fa istruzioni alla sua delegazione perché si astenga! I delegati hanno dato le dimissioni per protesta.
Impossibile! esclamò Weizmann. Il Presidente cileno è presidente del movimento sionista del Cile!
Tutti si sentirono schiacciati dalla dura e cruda realtà della loro disperata situazione. Di quali pressioni era stato oggetto il Presidente cileno? Quali altre viti sarebbero state strette nelle ultime ventiquattro ore? 

Sabato, 29 novembre 1947
Il Presidente batté il suo martelletto. La seduta dell'Assemblea Generale dell'O.N.U. era aperta.
― Verrà fatto l'appello delle varie delegazioni per decidere del progetto di spartizione della Palestina. Perché esso venga accettato occorre la maggioranza dei due terzi. I delegati risponderanno in uno dei tre seguenti modi: a favore, contro, astensione.[2]
Un silenzio solenne si fece nella grande sala.
― Afghanistan.
― L’Afghanistan vota contro.
L'Yishùv aveva perduto il primo voto. Barak lo segnò sul suo blocco.
― Argentina.
Il governo dell'Argentina si astiene.
― Auguriamoci che le astensioni non siano molte ― bisbigliò Barak Ben Canaan ― ci potrebbero rovinare.
― Australia.
Tutti si sporsero mentre Evatt si alzava in piedi per pronunciare il voto della prima nazione del Commonwealth britannico. ― L'Australia vota a favore della spartizione ― disse Evatt. Si sollevò un brusio di commenti. Weizmann si piegò all'orecchio di Ben Canaan. ― Credi che fra i paesi del Commonwealth ci sia la tendenza ad una decisione comune?
― Meglio considerarli ad uno ad uno. Non si sa mai!
― Belgio.
― Il Belgio vota a favore della spartizione.
Un altro mormorio si levò nella sala. Pochi giorni prima, nella votazione di prova, il Belgio si era astenuto. All'ultimo momento Spaak aveva sfidato le pressioni inglesi.
― Bolivia.
― La Bolivia vota a favore della spartizione.
― Brasile.
― Il Brasile vota a favore della spartizione.
Le nazioni sudamericane erano solidali. Il prossimo voto era importantissimo. Se l'Unione Sovietica aveva condotto un doppio gioco, ora lo si sarebbe saputo perché stava per essere chiamata a pronunciarsi uno dei suoi satelliti, la Russia Bianca.
― Bielorussia.
― La Russia Bianca vota per la spartizione.
All’unisono gli ebrei tirarono un sospiro di sollievo. Il blocco slavo era favorevole. I pronostici erano buoni.
― Canada.
Lester Pearson si alzò e con voce decisa disse: ― Il Canada vota per la spartizione. ― La seconda delle nazioni del Commonwealth si era pronunciata contro la Gran Bretagna.
― Cile.
Un altro delegato si alzò al posto del capo delegazione che aveva dato le dimissioni per protesta contro l’ordine di astensione. ― Il Cile ha ricevuto l’ordine di astenersi ― disse lentamente.
― Cina.
La Cina che manovrava per diventare la potenza egemonica dell’Asia, temeva di inimicarsi i musulmani dell’India e del Pakistan.
― La Cina si astiene.
Una battuta di arresto per gli ebrei.
― Costarica.
Il delegato del Costarica era stato avvicinato dagli arabi, i quali avevano cercato di comperare il suo voto promettendogli il loro appoggio per ottenere un alto posto all’O.N.U. Egli si alzò e guardando in direzione della delegazione egiziana, disse:
― Il Costarica vota per la spartizione.
Il diplomatico che non si era lasciato corrompere si sedette sorridendo.
― Cuba.
― Cuba vota contro la spartizione.
Questo fu un colpo inaspettato e duro per l’Yishùv.
― Cecoslovacchia.
― La Cecoslovacchia vota a favore della spartizione ― disse Jan Masaryk.
― La Danimarca vota a favore della spartizione.
― La Repubblica Dominicana vota a favore della spartizione.
― Egitto.
― L’Egitto vota contro la spartizione e si dichiara non vincolato da questa oltraggiosa votazione!
Il martelletto picchiò sul tavolo del presidente. Lentamente ritornò la calma dopo l’iroso sfogo del delegato egiziano.
― Ecuador.
― L’Ecuador vota a favore della spartizione.
― Etiopia.
― L’Etiopia… si astiene.
Fu un vero scoppio di bomba! I visi di tutti i delegati arabi si volsero verso il rappresentante dell’Etiopia esterrefatti. Il delegato siriano agitò il pugno irosamente.
― Francia.
Era la volta della prima delle grandi potenze: la Francia riluttante.
Parodi si alzò lentamente. Un’astensione francese sarebbe stata disastrosa.
Blum e il popolo francese erano riusciti a imporsi?
― La Repubblica Francese vota a favore della spartizione ― disse Parodi con una voce che esprimeva tutta la sua personale soddisfazione.
Un mormorio di attesa si levò nella sala. Tutti cominciarono a rendersi conto che forse il miracolo [NES n.d.t.] si sarebbe compiuto.
― Grecia.
― La Grecia vota contro la spartizione.
All’ultimo momento la Grecia aveva piegato davanti al ricatto egiziano.
― Haiti.
Quello di Haiti era il voto chiave. La delegazione mancava di istruzioni da due giorni.
― Il governo di Haiti ha mandato proprio ora istruzioni perché la sua delegazione voti a favore della spartizione.
― Honduras.
― L’Honduras si astiene.
― Islanda.
― L’Islanda vota a favore della spartizione.
― India.
― L’India vota contro la spartizione.
― Iran.
― L’Iran vota contro la spartizione.
― Irak.
― L’Irak vota contro. Noi non riconosceremo mai uno Stato ebraico! Da questa seduta avrà origine un nuovo spargimento di sangue. Noi votiamo contro!
― Libano.
― Il Libano vota contro la spartizione ― disse Malik.
― Come stiamo a voti? ― chiese Weizmann a Barak.
― Quindici favorevoli, otto contrari e sette astensioni.
Non era molto incoraggiante. Fino a quel momento agli ebrei mancava un voto per raggiungere i due terzi, e le funeste astensioni si andavano accumulando.
― Che cosa ne pensi, Barak?
― Sapremo qualcosa di preciso quando arriveremo alle prossime nazioni sudamericane.
― Direi che è venuto il momento di cominciare a prendere quota. Siamo quasi a metà votazione e non disponiamo ancora di una forza decisiva ― disse Weizmann.
― Liberia.
― La Liberia vota a favore della spartizione.
― Lussemburgo.
Un’altra piccola nazione della sfera economica britannica, e quindi esposta a pressioni.
― Il Lussemburgo vota a favore della spartizione.
Un altro scacco per gli inglesi!
― Messico.
― Il Messico si astiene.
Tutta la delegazione ebraica sobbalzò.
― Nuova Zelanda.
― La Nuova Zelanda vota a favore della spartizione.
― Il Nicaragua… a favore.
― La Norvegia… a favore.
― Olanda.
― L’Olanda vota a favore della spartizione.
― Il Pakistan vota contro la spartizione.
Il livello dei voti favorevoli stava salendo. ― Se otteniamo i prossimi quattro credo che ce la facciamo ― disse Barak con voce malferma.
― Panama.
― La Repubblica di Panama vota a favore della spartizione.
― Paraguay.
― Il Paraguay ha ricevuto testé istruzioni di non astenersi… e quindi vota a favore della spartizione.
― Perú.
― Il Perú vota a favore della spartizione.
― Filippine.
Per un attimo tutti rimassero senza fiato e immobili. Romulo era stato richiamato da Flushing Meadow. Il sostituto si alzò.
― Le Filippine votano a favore della spartizione.
Si levò un vero ruggito nella sala! I membri della delegazione ebraica si guardarono l’un l’altro sbalorditi.
― Dio santo! ― esclamò Barak. ― Credo proprio che ce l’abbiamo fatta!
― Polonia.
― La Polonia vota a favore della spartizione.
Gli ebrei cominciavano a prendere fiato. La Polonia aveva pagato il suo modesto compenso per tanti anni di persecuzioni.
Il Siam non era rappresentato da nessuna delegazione.
― Arabia Saudita.
L’arabo dalla lunga veste bianca urlò il suo voto con voce intrisa di odio.
― Svezia.
― La Svezia vota a favore della spartizione.
Gli arabi erano con le spalle al muro.
― La Siria vota contro la spartizione.
― La Turchia vota contro la spartizione.
Barak gettò una rapida occhiata alla lista. Gli arabi avevano ancora un ultimo fiato di vita. Dodici voti più un altro sicuro.
― Ucraina.
― A favore.
― Unione Sudafricana.
― A favore.
― Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Viscinsky si alzò. ― L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche vota a favore della spartizione.
― Regno Unito di Gran Bretagna.
La sala piombò nel silenzio. Il delegato inglese si alzò e si guardò intorno col volto del color della cenere. In quell’angoscioso momento si sentì solo. Le nazioni del Commonwealth avevano disertato. La Francia aveva disertato. Gli Stati Uniti avevano disertato.
― Il governo di Sua Maestà Britannica preferisce astenersi ― disse l’inglese con voce malferma.
― Stati Uniti d’America.
― Gli Stati Uniti d’America votano a favore della spartizione.
Era finito. I giornalisti si precipitarono ai telefoni per essere pronti a dare al mondo la notizia, appena fosse stato pronunciato l’ultimo voto.
Lo Yemen diede agli arabi il loro tredicesimo “no”. La Jugoslavia si astenne per atto di deferenza verso la sua numerosa minoranza musulmana. Il professor Fabregat dell’Uruguay e il delegato del Venezuela diedero al progetto di spartizione il trentaduesimo e il trentatreesimo assenso.
 
A Tel Aviv scoppiò un vero pandemonio.
In ultima analisi la vittoria degli ebrei era stata schiacciante. Gli arabi avevano ottenuto tredici voti, dei quali undici di nazioni arabe o musulmane. Il dodicesimo era stato strappato con la forza alla Grecia; il tredicesimo, quello di Cuba, rappresentava l’unico paese al mondo che gli arabi erano riusciti a convincere con la forza dei loro argomenti.
Gli uomini che avevano vinto quella battaglia a Flushing Meadow e avevano visto fiorire davanti ai loro occhi il miracolo [NES n.d.t] erano dei realisti. Gli ebrei di Tel Aviv e i capi dell’Yishùv sapevano che era necessario un altro miracolo per conquistare l’indipendenza allo Stato ebraico, intorno al quale si levava, come tuono, il grido degli arabi: «Perisca la Giudea!».
 
2
KUWAILY, PRESIDENTE DELLA SIRIA: O vivremo o moriremo con la Palestina!

IL GIORNALE AL KULTA DEL CAIRO: Cinquantamila iracheni si preparano a questa guerra santa. Centocinquantamila siriani passeranno i confini della Palestina e il potente esercito egiziano getterà in mare gli ebrei se oseranno proclamare uno Stato ebraico.

JAMIL MARDAM, CAPO DEL GOVERNO SIRIANO: Basta con le chiacchiere, o fratelli musulmani! Levatevi in armi e annientate il flagello sionista.

IBN SAUD DELL'ARABIA SAUDITA: Gli arabi sono cinquanta milioni. Che cosa importa se ne perdiamo dieci per annientare gli ebrei? Ne vale la pena.

SELEH HARB PASCIÀ, DELLA GIOVENTÚ MUSULMANA: Sguainate le spade contro gli ebrei! Morte a tutti gli ebrei! La vittoria è nostra!

LO SCEICCO HASSAN AL BANNAH, DELLA FRATELLANZA MUSULMANA: Tutti gli arabi devono levarsi in armi e distruggere gli ebrei! Colmeremo il mare dei loro cadaveri!

AKRAM YAUYTAR, PORTAVOCE DEL MUFTI: Cinquanta milioni di arabi combatteranno sino all'ultima goccia del loro sangue.

HAJ AMIN EL HUSSEINI, MUFTI DI GERUSALEMME: Fratelli Musulmani! Dichiaro la guerra santa! Morte agli ebrei!

AZZAM PASCIÀ, SEGRETARIO GENERALE DELLA LEGA ARABA: Questa sarà una guerra di sterminio e uno spaventoso massacro, del quale un giorno si parlerà come oggi si parla dei massacri dei mongoli.
 
In risposta alla spartizione votata dall'O.N.U. alti esponenti, stampa radio arabe parlarono un linguaggio consimile.
(…)
Tratto da Exodus di Leon Uris, Mondadori, 1961.

 



[1] In ebraico "insediamento", si riferisce alla comunità ebraica che viveva in Palestina prima della creazione dello Stato di Israele nel 1948, (n.d.r).

[2] Nell’appello non sempre gli Stati compaiono nell’ordine alfabetico italiano e non si è ritenuto opportuno, per ovvi motivi, modificarlo (N. d. T.).




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Data: 2025-11-27
Autore: NES Noi Ebrei Socialisti



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