GLI ACCORDI DI ABRAMO E LA MIOPIA DELLA SINISTRA EUROPEA


GLI ACCORDI DI ABRAMO E LA MIOPIA DELLA SINISTRA EUROPEA

C’è un fatto politico che dovrebbe far riflettere chiunque guardi al Medio Oriente con attenzione e senza pregiudizi. A richiamare oggi il valore strategico degli Accordi di Abramo non è un esponente della destra israeliana reazionaria. A citarli come approdo storico di una politica di pace è invece Yair Golan, presidente dei Democratici, Maggior Generale della Riserva, e figura indicata come leader in pectore della sinistra israeliana.

Ed è proprio questo il punto politico essenziale.

Nel ricordare i 47 anni dell’accordo di pace tra Israele ed Egitto, Golan ha espresso un concetto che dovrebbe essere naturale per ogni autentica cultura riformista e progressista: le guerre che non vengono tradotte in accordi si trascinano in cicli infiniti. La guerra, dice Golan, può talvolta essere una necessità. Ma una leadership responsabile si misura dalla capacità di porvi fine, di tradurre un risultato militare in una realtà di sicurezza stabile. È una lezione di realismo politico e di intelligenza storica.

Golan aggiunge poi un elemento ancora più importante. La pace con l’Egitto, spiega, non ha solo chiuso un conflitto. Ha cambiato il Medio Oriente. Ha aperto la strada alla pace con la Giordania e ha gettato le basi per gli Accordi di Abramo. In questa lettura c’è una vera visione strategica. C’è l’idea che gli accordi di pace non siano episodi isolati, ma anelli di una catena storica. C’è la consapevolezza che ogni passaggio di riconoscimento reciproco produce un avanzamento di civiltà e una maggiore stabilità regionale.

Questo richiamo, che viene da un leader della sinistra israeliana, rende ancora più evidente la miopia della sinistra europea, e in particolare di quella italiana. Perché mentre una parte significativa della sinistra israeliana coglie negli Accordi di Abramo una prospettiva da consolidare e sviluppare, la sinistra europea continua troppo spesso a non riconoscerli  come un obiettivo politico e culturale. Li osserva con sospetto, li riduce a operazioni tattiche, oppure li ignora del tutto. E così facendo mostra una grave povertà di visione.

Qui sta il nodo.

Gli Accordi di Abramo non sono soltanto un’intesa diplomatica, o una cornice geopolitica. Non sono neppure soltanto un sistema di relazioni economiche tra Stati accomunati da interessi convergenti. Sono invece la premessa strategica su cui costruire qualcosa di più grande: un processo di pacificazione tra Islam ed Ebraismo, tra musulmani ed ebrei, da cui far derivare anche la possibilità concreta di uno Stato palestinese e di un Medio Oriente finalmente sottratto alla logica del conflitto permanente.

Questa è la lettura che dovrebbe appartenere a una sinistra matura. E invece, paradossalmente, essa emerge con più chiarezza in Israele che in Europa.

Per il NES Noi Ebrei Socialisti, questo punto è decisivo. Gli Accordi di Abramo devono essere considerati una premessa, non un punto di arrivo. Sono il fondamento politico necessario per uscire dalla guerra perpetua. Ma proprio perché sono una premessa, non possono restare confinati nella sola dimensione diplomatica o economica. Devono essere sviluppati. Devono essere accompagnati. Devono essere implementati culturalmente e politicamente.

È infatti evidente che non basta un accordo tra governi. Non basta neppure una rete di scambi economici, per quanto importante. Certo, la cooperazione economica conta. Conta perché crea interessi condivisi, perché stabilizza i rapporti, perché rende meno conveniente la guerra. Ma da sola non produce una vera riconciliazione. Un accordo apparentemente solo mercantile, se resta tale, rischia di essere fragile. Può reggere tra élite e Stati ma più difficilmente trasforma in profondità le società.

Per questo il passaggio essenziale è culturale.

Gli Accordi di Abramo devono diventare il quadro dentro cui promuovere una pace culturale, non soltanto politica. Devono essere tradotti in educazione, linguaggio pubblico, relazioni tra società civili, collaborazione accademica, produzione intellettuale, confronto tra memorie, reciproco riconoscimento. Devono contribuire a costruire un immaginario nuovo, nel quale ebrei e musulmani non siano pensati come nemici ontologici, ma come interlocutori storici chiamati a ricostruire uno spazio comune.

A differenza delle posizioni dogmatiche della sinistra europea, su queste basi il richiamo di Yair Golan assume un valore ancora più forte. Perché ci dice che una sinistra degna di questo nome non rinuncia alla forza quando necessaria, ma non la assolutizza. Sa che la guerra, se non si traduce in iniziativa politica, si trasforma in una gabbia. Sa che la leadership si misura nella capacità di uscire dal conflitto con una proposta di ordine. Sa che un Medio Oriente diverso può nascere solo da accordi coraggiosi, non dalla perpetuazione della violenza.

Golan lancia anche un messaggio più generale: la politica abdica quando rinuncia alla visione. E questa lezione dovrebbe riguardare anche l’Europa. Dovrebbe interrogare soprattutto quella sinistra che parla continuamente di pace, ma non riconosce negli Accordi di Abramo la più concreta infrastruttura politica su cui costruirla.

Per il NES, la posta in gioco è chiara. Gli Accordi di Abramo devono essere sostenuti perché aprono uno spazio storico nuovo. Ma devono anche essere portati oltre se stessi. Devono diventare la base non soltanto di accordi politici e di relazioni economiche, ma di una più ampia pacificazione culturale tra Ebraismo e Islam. Solo in questo modo potranno contribuire davvero a creare le condizioni per la sicurezza di Israele, per uno Stato palestinese, e per un Medio Oriente non più dominato da conflitti sanguinosi.

In questo quadro torna anche il richiamo a una nuova età dell’oro. Non come nostalgia retorica, ma come orizzonte politico e culturale. L’idea che tra ebraismo e islam possa riaprirsi una stagione di dialogo, di scambio, di sapere condiviso, di convivenza feconda. L’idea che la pace non sia solo assenza della guerra, ma presenza di una civiltà delle relazioni.

Troppo spesso la sinistra europea ha smarrito la capacità di prevedere la storia mentre accade. Ha perso profondità strategica. Ha perso coraggio culturale. Ha perso la facoltà di distinguere tra propaganda e costruzione reale della pace.

Ed è proprio questa perdita di visione che oggi va denunciata.

Non vedere negli Accordi di Abramo la premessa di una possibile pacificazione tra ebrei e musulmani, e quindi anche della costruzione di una soluzione palestinese dentro una nuova architettura regionale, significa non comprendere quale sia oggi la vera politica della pace. Significa rinunciare a incidere. Significa lasciare il campo agli estremismi e ai professionisti della guerra infinita.

Una sinistra all’altezza del suo compito dovrebbe fare l’opposto. Dovrebbe riconoscere nella lezione richiamata da Yair Golan il cuore di una nuova iniziativa politica. Dovrebbe dire che la pace va costruita. Che gli accordi vanno difesi. Che la cooperazione va estesa. Che la diplomazia va nutrita dalla cultura. Che la convivenza tra Ebraismo e Islam è una grande sfida del nostro tempo.

Solo così gli Accordi di Abramo potranno diventare davvero ciò che devono essere: non una parentesi diplomatica, ma la base di una nuova stagione storica.

NES Noi Ebrei Socialisti
Gherush92 Comitato per i Diritti Umani


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Data: 2026-03-27
Autore: NES Noi Ebrei Socialisti

Commenti

  1. W GOLAN -golan'i shelì...

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  2. Accordi di Abramo sono storiche intese di normalizzazione diplomatica firmate nel 2020 tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, con la mediazione degli USA di Donald Trump. Hanno stabilito relazioni diplomatiche, economiche e di sicurezza, estendendosi poi a Marocco e Sudan, segnando un cambio di paradigma geopolitico in funzione antiraniana e prescindendo dalla questione palestinese.
    Wikipedia
    Wikipedia
    +4
    Ecco i dettagli principali:
    Firma: La firma ufficiale è avvenuta il 15 settembre 2020 presso la Casa Bianca a Washington.
    Partecipanti: Israele, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Bahrein. Successivamente, Sudan e Marocco si sono uniti al processo di normalizzazione.
    Obiettivi: La normalizzazione dei rapporti ha aperto la strada alla cooperazione economica, tecnologica, di sicurezza e al turismo tra Israele e le monarchie del Golfo.
    Significato Geopolitico: Rappresentano un riallineamento strategico in Medio Oriente, con l'obiettivo comune di contenere l'influenza dell'Iran nella regione.
    Questione Palestinese: A differenza dei precedenti accordi arabo-israeliani, l'intesa ha bypassato il nodo palestinese, provocando la reazione negativa dei leader palestinesi che l'hanno definita un tradimento.

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  3. Purtroppo la sinistra europea non è semplicemente miope ma fondamentalmente cieca. Di fatto si schiera (ovviamente non a parole) con la teocrazia iraniana. La manifestazione di oggi contro “i re” ha come obiettivi Trump e Nethanyau, ma dimentica i signori della guerra di Teheran. Il regime fascista dei Pasdaran ha una responsabilità enorme nel prosieguo delle guerre mediorientali. Per non parlare del “re” Putin e dei suoi accordi militari con la dittatura iraniana. Alla sinistra europea non importa nulla delle decine di migliaia di giovani martiri del popolo iraniano e si fa complice degli assassini. Bella sinistra!

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  4. Interessànte articolo di Gad Lerner:"MAI PIU'?
    Il nuovo pamphlet di Anna Foa mi offre l’opportunità di esprimere una protesta a proposito del trattamento riservato all’autrice da parte di chi si autopercepisce in prima fila nel contrasto all’antisemitismo, ignaro del contributo che fornisce nell’alimentarlo. Il libro, intanto: si tratta di settanta agili pagine edite da Laterza, col titolo secco Mai più, per ricordarci che tenere viva la memoria dello sterminio degli ebrei in Europa dovrebbe fare il paio con l’impegno di scongiurarne la ripetizione a danno di altri popoli; e che quel “mai più” non può certo essere usato come scusante per giustificare nuovi crimini, infliggere umiliazioni, seminare disprezzo nei confronti di altri. Tanto meno dichiarandosi portavoce (vendicatori?) degli antenati. Dunque non vale solo per gli ebrei il “mai più”. Semmai agli ebrei tocca in sorte, a seguito di ciò han sofferto, il compito di sentinelle pronte a segnalare il pericolo che quell’abominio si ripeta.
    Perché, allora, la lettura di Anna Foa mi muove alla protesta? Perché credo meriti di venir studiato il meccanismo di espulsione di fatto dalla Comunità ebraica romana di cui era animatrice riconosciuta dacché nell’estate 2024 è stato pubblicato Il suicidio di Israele. E non parliamo dacché il libro è stato insignito del Premio Strega per la saggistica. Di colpo l’illustre storica Anna Foa da personalità benvoluta, ammirata e rispettata, s’è tramutata in reietta che neppure si deve più nominare. Una sindrome di di psicologia collettiva tipica dei nostri tempi contraddistinti dall’intreccio fra ossessioni identitarie e richiami all’appartenenza esasperati da parodie mediatiche della guerra.
    Stiamo parlando di una donna ebrea per parte di padre, cresciuta in una famiglia laica, che in età adulta ha compiuto la scelta del ghiur (conversione) e dell’osservanza, divenuta per questo assai cara anche alla componente religiosa della Comunità.[...]Venuta al mondo così in tempo di guerra, quasi una sfida alla malasorte, un segno d’amore e di Resistenza, adesso le tocca provare l’ostracismo dell’ambiente in cui ha coltivato le sue amicizie ma si dimostra incapace di rispettare il suo dissenso.
    Questi cenni biografici non sembrino una divagazione. Chi l’accusa di tradimento, chi definisce scritti “col paraocchi” i testi di una fino a ieri rispettata accademica, chi ravvede solo un “dubbio onore” nel successo riscosso da Anna Foa “solo perché da ebrea ha consegnato argomenti nelle mani di forze ostili a Israele”, magari non se n’è reso conto ma è incorso in una forma di rimozione della realtà che potremmo definire negazionista.

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  5. Segue Gad Lerner :"Capita di sperimentarla continuamente, in Israele come nella diaspora, fra persone sempre disperate, spesso in buona fede secondo le quali i resoconti della stampa internazionale sul conflitto mediorientale sarebbero tutti intessuti di falsità, assoggettati a una montatura mediatica bene orchestrata dai nemici, nuovi e vecchi antisemiti. Descrivere i crimini perpetrati da Israele, qualunque sia il grado di accuratezza nella scelta delle parole, viene percepito come un’aggressione. Le immagini che li comprovano sono definite senza fallo forzate o artefatte. Quando risultino innegabili, si obietta che riguardano il comportamento di frange estremiste minoritarie in una società che conserva la propria superiorità morale nei confronti del nemico che la minaccia. Alla fine, in questo negazionismo si manifesta inconsapevolmente l’angoscia per la perdita dell’innocenza.
    Qui diventa prezioso il nuovo libro di Anna Foa che, dopo una sintetica storia delle diverse modalità assunte nei secoli dall’odio antiebraico -l’accusa di deicidio; il socialismo degli imbecilli che equiparava ebreo a padrone; la razza parassita che depreda gli ariani; il popolo colonizzatore- esamina le complesse relazioni fra antisemitismo e antisionismo senza eludere il nesso evidente tra il crescente odio antiebraico e la persecuzione dei palestinesi da parte di un establishment israeliano che neppure riconosce loro di essere una nazione. “A dar retta a queste voci, il mondo intero è antisemita. Ma se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo?”. Aggiungerei: vorrà pur dire qualcosa se nel secolo scorso gli antisemiti si vantavano di esserlo; mentre oggi chi critica Israele -ricorrendo purtroppo talvolta, per lo più inconsapevolmente, a stereotipi radicati nel passato- trova infamante l’accusa di esserlo?"

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  6. Israele introduce la pena di morte per i palestinesi, voluta dall'ultradestra di Ben Gvir e sostenuta da Netanyahu: impiccagione e nessuna possibilità di appello. L'ultima conferma di un'apartheid conclamata. Inutili le flebili e tardive proteste delle cancellerie europee

    La prima del 31 marzo

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